Emfa, la grande incompiuta

“Le persone prima dei confini”. Papa Leone vuole disturbare le coscienze addormentate

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Dopo il discorso di Leone XIV al meeting di Rimini mi sembra evidente che ci siano due visioni del ruolo del cattolici, e quindi di CL stessa. La prima visione è quella lì indicata da Leone stesso, con queste parole: “Una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, i legami che genera, la logica che accende, la vita che fa sorgere”. Marco Damilano con acume ha individuato la visione contraria, quella illustrata proprio a CL lo scorso anno da Giorgia Meloni: Damilano ricorda che per lei uno dei meriti di Comunione e Liberazione è stato quello di reagire alla scelta religiosa che “aveva confinato i cattolici nelle sacrestie”. Anch’io ritengo che la strada prediletta dal papa veda nella scelta religiosa una virtù. Ma questa scelta passa attraverso l’introduzione del Vangelo nella realtà di tutti giorni, non in un mondo imperscrutabile, fatto di incensi e canti incomprensibili ai più. Dunque concluderei che non c’è spazio per la nostalgia, per i discorsi sull’irrilevanza dei cattolici. La forza non deriva dalle urne, ma dalla chiarezza con cui si parla del Vangelo.

Ecco perché Leone ha detto senza tanti giri di parole che prima dei confini ci sono le persone. Forse è bene rileggere tutto il breve inciso che il papa ha ritenuto di leggere a questo riguardo: per il papa, che non ha dimenticato che il Meeting si definisce dalla sua nascita “per l’amicizia tra i popoli” occorre «coltivare l’amicizia sociale che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo». E poi con parole altrettanto chiare ha aggiunto: «Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali». Con chi ce l’ha Leone? Questa domanda sembrerebbe che si sia comparsa nella testa di qualcuno; a me sembra che la risposta non si trovi se non si parte dall’interpretazione di una frase di Gesù: “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Cosa vuol dire? Ci invita ad essere degli Arlecchini servitori di due padroni? Io penso, come ha genialmente scritto tanti anni fa Pier Paolo Pasolini, che quella “e” tra Cesare e Dio sia una “e” disgiuntiva, non congiuntiva, che indica due poteri incompatibili. Dunque il papa, direi i papi, non guardano più alla cartina politico-anagrafica dei leader politici. E’ questa, a mio avviso, una delle più grandi lezioni del pontificato di Francesco: il papa vuole disturbare! Vuole disturbare le coscienze addormentate dalle propagande, non da una propaganda sola, guardando in faccia innanzitutto le contraddizioni di ogni potere costituito. Se non fa questo, se non disturba, cosa fa? Chi cerca di edulcorare risente ancora della visione costantiniana, in cui la fede e la “cristianità” servivano come base alla costruzione dell’impero: il filo ombelicale che legava la Chiesa al potere politico, a Costantino, è stato abbandonato, non c’è più. Leone ha ribadito con chiarezza che non si torna indietro, si stima di più la potenza del Vangelo. Ognuno con il suo stile. Lo stile di Leone non è quello di Francesco, ma la forza a cui rimanda è la stessa, inserendola nell’oggi. Non vedendo nella scelta religiosa un “confinamento”, ma una esaltazione del messaggio.

Ecco allora che si può commentare con chiarezza, Cesare e Dio non sono più “i due referenti”, i protagonisti di un patto, siamo liberi di spiegare senza imbarazzi ossequiosi la frase citata, quella sui confini che vengono dopo e non prima delle persone, anche a Ceuta: dunque non si tratta di pacchi, come non sono pacchi quelli giunti nella seconda casa e da rimandare all’indirizzo di residenza. E quindi non sono non-persone, da confinare in non-luoghi. Solo così si spiega il messaggio decisivo di Leone, coerente e conseguente a quello appena citato: «Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità». La misericordia, il vero cuore del pontificato bergogliano, non poteva passare come una nuvola nel cielo della Chiesa, è destinata a rimanere, checché qualcuno pensi o speri. Perché è difficile non coglierla al centro Vangelo.

Questo di Leone non è ovviamente il solo cristianesimo: infatti non è lo stesso cristianesimo del patriarca di Mosca, Sua Beatitudine Kirill, che ancora pochi giorni fa ha definito l’arsenale atomico del suo Paese “una grazia divina”. Chi crede solo nella deterrenza, che in casi estremi sconfinerà nell’aggressione come via “cristiana” , può dunque ispirarsi a Kirill. Leone non aderisce, magari dal fronte opposto, a questa logica, a questa visione della “grazia divina”. A me sembra dirci che il discorso del patriarca Kirill non si contrasta facendo la stessa cosa dal fronte opposto, ma rovesciando il tavolo. L’altra logica è la misericordia, che -mi rendo conto- va spiegata bene. L’altra, “pan per focaccia”, è più semplice, forse troppo.


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