L’uragano Donald spazza l’Africa. Lo smantellamento di Usaid, l’agenzia governativa statunitense che finanziava progetti umanitari nel mondo, è una ulteriore bastonata su milioni di fragili e indigenti. Per “l’effetto carambola” anche altri paesi (Regno Unito e Francia tra gli altri) ridurranno gli aiuti per coprire le accresciute spese per la difesa. L’impatto è stato immediatamente visibile già dalle prime ore dell’annuncio. In Kenya quasi tutte le organizzazioni non governative hanno operato massicci licenziamenti di personale, sulla stessa strada anche le agenzie umanitarie dell’Onu. Sempre in Kenya si è registrata una ripresa di rapine in strada perché i tagli agli aiuti sanitari hanno falciato tra l’altro l’erogazione del metadone ai tossicodipendenti in terapia che sono così tornati alla ricerca dei mezzi per procurarsi la droga. Usaid inoltre sosteneva anche le spese per il personale e i mezzi impiegati nella salvaguardia di alcuni importanti parchi nazionali che attirano milioni di turisti all’anno: con i tagli si prevede un ritorno al bracconaggio selvaggio ed ai traffici illegali ad esso legati che contribuiranno ad allontanare i visitatori. Le previsioni più fosche si fanno sulla tenuta del sistema sanitario del continente. Verranno privati di finanziamenti i programmi di lotta all’Hiv/Aids. Si calcola che già quest’anno quasi 650 milioni di africani (ovvero quasi metà degli abitanti) potrebbero risentire gli effetti di questi tagli sulla propria salute.
I “dieci giorni che sconvolsero il mondo” promossi da Trump hanno avuto il merito di avviare un dibattito non puramente accademico all’interno del mondo politico-culturale africano: al ridisegno della cooperazione internazionale deve corrispondere un innovativo e coraggioso modello di sviluppo “all made in Africa”. In una intervista al quotidiano francese “Le Monde”, l’economista camerunese Célestin Monga (docente all’università di Harvard, ex vicepresidente della Banca Africana di Sviluppo, consulente della Banca Mondiale) spiega che “piagnucolare per gli aiuti non è una strategia per lo sviluppo dell’Africa”. Nel 2023 a fronte di 20 miliardi di dollari erogati dagli Stati Uniti (a cui aggiungerne altri 60 da altre nazioni), l’Africa ha esportato merci per 610 miliardi di dollari: di questa ricchezza però resta ben poco sul continente, sottraendo così risorse destinate allo sviluppo come costruzione di infrastrutture, sanità, scuola, occupazione. “Il cosiddetto aiuto allo sviluppo – afferma Monga – non è nulla in confronto ai flussi finanziari. Dovremmo cercare i colpevoli nelle élite africane che subappaltano le loro responsabilità a governi stranieri, a distanza di 65 anni dalle indipendenze. È così che si promuove un’industria di miseria e carità. I paesi africani (a scapito delle istituzioni internazionali) offrono pochissime strategie di trasformazione credibili, e quindi pochissimi programmi che possono attrarre finanziamenti. Trovano semplicemente denaro per pagare i dipendenti pubblici e i militari ogni mese e non stanno sviluppando l’economia che amplierebbe la base imponibile, genererebbe entrate di bilancio e si libererebbe da questa dittatura esotica imposta da Washington”.
Parole pesanti che costringono (con modalità diplomaticamente felpate) anche i re a dichiararsi finalmente nudi. Come l’ex presidente kenyano Uhuru Kenyatta (tra i maggiori responsabili di queste catastrofi) che ha retoricamente chiesto ai suoi ex colleghi: “Invece di piangere, dobbiamo chiederci: cosa faremo per aiutare noi stessi?”. Nel 2011 fu l’economista zambiana Dambisa Moyo a riflettere su come il sistema degli aiuti servisse soprattutto ad alimentare la corruzione dei governi che ne beneficiavano. Oggi l’opinionista kenyano Patrick Gathara ci ricorda lo scarso spirito umanitario degli aiuti (salvaguardando la buona fede di quanti vi lavorano) soffermandosi invece sulla loro funzione di strumento di controllo geopolitico che serve a mantenere le diseguaglianze. Del resto – ammonisce Gathara – la conferenza di Berlino del 1884 che sancì l’inizio della colonizzazione europea fu presentata come una iniziativa umanitaria.
Sicuramente gli effetti dei tagli saranno drammatici con perdita di posti di lavoro e peggioramento dei servizi, mettono in guardia gli osservatori africani. Ma bisogna cambiare riducendo le mire dei paesi donatori a mantenere la loro influenza ma anche le classi dirigenti dei paesi poveri a fare lo scaricabarile delle responsabilità. Insomma puntare allo sviluppo dell’imprenditoria locale è la sfida dell’Africa nell’era di Trump.
Pubblicato dalla rivista CONFRONTI numero 4 aprile 2025