80 anni dalla Liberazione, verso il 25 aprile 2025

Idos: “Non è una cittadinanza per giovani. Servono orizzonti condivisi”. Il potenziale disconosciuto dei ragazzi con background migratorio in Italia nella nuova ricerca

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Orizzonti condivisi. L’Italia dei giovani immigrati e con background migratori è la nuova ricerca, promossa dall’Istituto “S. Pio V” e realizzata dal Centro Studi e Ricerche IDOS, che analizza l’inclusione sociale dei minori stranieri in Italia, con particolare attenzione alle nuove generazioni nate nel Paese senza cittadinanza. La precarietà giuridica e identitaria di questi giovani sottolinea l’urgenza di una riforma normativa. Il referendum dell’8-9 giugno 2025, che propone di ridurre il requisito di residenza per la cittadinanza da 10 a 5 anni, rappresenta un primo passo, ma per un’inclusione effettiva sono necessarie politiche mirate e una governance multilivello.

 

Cittadinanza e nuove generazioni: un’opportunità per l’Italia del futuro

L’Italia è a un bivio cruciale: il referendum dell’8-9 giugno 2025, che propone di ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza continuativa necessario a ottenere la cittadinanza italiana per naturalizzazione, rappresenta il primo passo verso un’inclusione più equa e strutturale, ma non è sufficiente. La vera sfida è garantire ai figli degli immigrati nati e/o cresciuti nel nostro Paese un riconoscimento giuridico e identitario che rispecchi la loro già vitale partecipazione alla vita collettiva nazionale.

I numeri di una generazione invisibile

Secondo l’Istat, all’inizio del 2024 oltre 1,9 milioni di residenti italiani hanno un background migratorio (1 ogni 30 abitanti in Italia) e 1,3 milioni di minorenni sono di origine straniera (il 13% di tutti i minori residenti nel Paese), dei quali più di un milione non ha ancora la cittadinanza italiana, pur essendo nati in Italia o essendovi arrivati in tenerissima età. Nelle scuole della Penisola, due alunni stranieri su tre vi sono nati, ma restano esclusi dai pieni diritti di cittadinanza. Questo dato dimostra chiaramente l’inadeguatezza dell’attuale normativa, che non riconosce l’effettiva appartenenza di questi giovani alla società italiana.

Una legge anacronistica e un paradosso storico

L’attuale legge (n. 91 del 1992) impone un percorso lungo e tortuoso per ottenere la cittadinanza, penalizzando soprattutto i giovani, che possono acquisirla o per naturalizzazione (10 anni di residenza ininterrotta cui se ne aggiungono mediamente altri 3-4 per le pratiche burocratiche), o per elezione ai 18 anni d’età (con una finestra temporale di soli 12 mesi) o per trasmissione dai genitori divenuti italiani. È un sistema più rigido persino della precedente legge del 1915, che già prevedeva la naturalizzazione dopo soli 5 anni di residenza (è esattamente il termine che il prossimo referendum intende reintrodurre).

Ne deriva che il numero di acquisizioni di cittadinanza da parte di minori è sorprendentemente basso rispetto al loro presenza quantitativa nel Paese: nonostante i record registrati nel 2022 e 2023, con quasi 214.000 acquisizioni complessive in Italia per ciascuno dei due anni, nel quinquennio 2019-2023 i minorenni stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono stati in totale solo 295.000, per una media di appena 59.000 all’anno, a fronte di oltre 1 milione di loro che risiedono in Italia. Ciò significa che, a prescindere dal numero complessivo di naturalizzazioni, i giovani con background migratorio restano per la maggior parte stranieri anche ben oltre la maggiore età.

Identità plurali, un valore per il Paese

Uno studio Istat del 2023 rivela che oltre l’80% dei giovani di origine straniera si sente “anche italiano”, un dato che sale all’85% tra quelli nati in Italia. Proprio perché il senso di appartenenza di questi giovani è forte, dato che parlano italiano, vivono la cultura del Belpaese e condividono sogni e aspirazioni con i loro coetanei italiani “di ceppo”, il mancato riconoscimento giuridico della loro identità può alimentare frustrazione e conflitti identitari anche pesanti.

Molti di loro si trovano a dover scegliere tra l’appartenenza alla cultura d’origine della famiglia e a quella italiana, innescando tensioni con la società ospitante o con i propri genitori. Inoltre, la difficoltà di ottenere la cittadinanza può influenzare le loro prospettive future: solo il 45% di questi giovani prevede di vivere in Italia da adulti, mentre il 34% preferirebbe trasferirsi all’estero. È un dato che dovrebbe far riflettere: un Paese che disconosce il contributo, l’attaccamento e il valore delle nuove generazioni rischia di compromettere le proprie speranze di ripresa e di sviluppo.

Verso un’Italia più inclusiva

“È il momento di superare un impianto normativo obsoleto e di gettare le basi per una società italiana più aperta e ancorata al tessuto multiculturale del Paese – affermano Luca Di Sciullo e Antonio Ricci, presidente e vicepresidente di IDOS e curatori della ricerca Orizzonti condivisi –. Consentire il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza ai giovani con background migratorio, nati o arrivati presto in Italia e qui cresciuti, significa investire in capitale umano, rafforzare il senso di appartenenza e promuovere la coesione sociale. È nell’interesse di tutta la comunità nazionale e dell’intero sistema Paese, e quindi dovere della politica, rimuovere gli ostacoli alla partecipazione piena e attiva di tutte le componenti della società, per lo sviluppo di un’Italia moderna, capace di valorizzare al meglio le diverse competenze e i differenti retaggi socio-culturali di chi, cresciuto nel tessuto sociale italiano, ne è oggi parte integrante e imprescindibile”.

Nascere, crescere, ricongiungersi: i minori stranieri in Italia e il loro futuro

Al 31 dicembre 2023, in Italia risiedono 1.030.417 minori stranieri, pari all’11,4% del totale dei minori, di cui circa tre quarti nati nel Paese. Con 70.459 nuove iscrizioni anagrafiche di minori stranieri nel 2023 e soli 5.016 trasferimenti all’estero, il fenomeno continua a crescere, ma l’inserimento di questi minori rimane una sfida complessa. Nonostante la loro rilevanza numerica, le difficoltà economiche li espongono a un alto rischio di esclusione sociale. Nel 2023, il 30,4% delle famiglie straniere vive in povertà assoluta, rispetto al 6,3% delle famiglie italiane, e la povertà infantile ha un impatto negativo sullo sviluppo dei giovani, minando le loro opportunità future.

Le principali concentrazioni di minori stranieri si trovano nel Nord Italia, con Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, e nel Centro, con il Lazio. Milano e Roma sono le province con il maggior numero di minori stranieri. Mentre il dato complessivo di minori stranieri ha registrato un lieve calo grazie alle naturalizzazioni (-6,5% dal 2013), il Sud (+21,2%) e le Isole (+13,5%) vedono un incremento, segnando una tendenza differente rispetto al resto del Paese.

La metà dei minori stranieri proviene da Paesi europei, con le comunità più numerose di origine romena, marocchina, albanese, cinese ed egiziana. Le recenti crisi geopolitiche hanno portato a un aumento delle comunità ucraine e nigeriane. Il successo dell’inserimento sociale di questi minori dipende da politiche pubbliche efficaci che possano trasformare la pluralità culturale in una risorsa di crescita, innovazione e coesione sociale.

Negli ultimi 18 anni, in Italia sono nati 1.220.231 bambini da genitori stranieri, di cui 51.447 nel 2023. La scelta dei nomi riflette le origini culturali dei genitori: tra i maschi spiccano Adam, Ryan, Amir, insieme a nomi italiani come Matteo e Leonardo; tra le femmine, Sofia è il nome più diffuso, seguito da Sara e Amira. I bambini nati da genitori stranieri sono legalmente stranieri al momento della nascita, ma possono acquisire la cittadinanza italiana solo a 18 anni, a determinate condizioni.

Nel 2023, 701.768 minori non comunitari hanno beneficiato di permessi di soggiorno, di cui l’87,8% per ricongiungimento familiare. Questo segna una crescente stabilizzazione delle famiglie migranti. I minori non comunitari, che ottengono il permesso di soggiorno per ricongiungimento, rappresentano una percentuale significativa degli ingressi, ma il processo rimane complesso e lungo, con implicazioni emotive e pratiche significative per i minori coinvolti. La separazione dai genitori può portare a difficoltà relazionali e a un senso di spaesamento.

Le famiglie transnazionali, spesso caratterizzate dalla separazione geografica dei loro membri, mantengono forti legami affettivi attraverso le nuove tecnologie e i viaggi. Tuttavia, la distanza prolungata può avere effetti negativi sulla stabilità e sulla qualità delle relazioni familiari. Molte madri migranti lavorano nel settore domestico in Italia, mentre i figli restano in affidamento presso parenti nel Paese di origine. La sfida del ricongiungimento non è solo logistica, ma anche culturale e affettiva, poiché l’inserimento scolastico e l’adattamento alle nuove dinamiche familiari rappresentano ostacoli non trascurabili.

Il ricongiungimento familiare rappresenta un’opportunità, ma anche una sfida. Per garantire il successo del processo, è fondamentale adottare politiche di supporto mirate che possano facilitare l’integrazione dei minori, preparandoli adeguatamente prima della partenza e offrendo un adeguato sostegno all’arrivo. La valorizzazione della diversità culturale e il superamento delle barriere sistemiche sono essenziali per permettere a questi giovani di esprimere il loro potenziale e contribuire alla crescita della società italiana, rendendo l’integrazione una realtà inclusiva e sostenibile.

In un’Italia che si riconosce come “porto sicuro” per i minori, è fondamentale che la promessa di accoglienza non rimanga solo una dichiarazione di principio, ma si traduca in azioni concrete di sostegno e valorizzazione del potenziale di ogni giovane migrante.

I minori stranieri non accompagnati (Msna) rappresentano uno dei gruppi più vulnerabili tra i minori migranti, privi di tutela genitoriale e particolarmente esposti a rischi di sfruttamento e marginalizzazione. A partire dal 2008, con l’intensificarsi degli sbarchi nel Mediterraneo, la presenza di Msna, soprattutto provenienti da Africa e Asia, è aumentata, raggiungendo il picco nel 2016 con 25.846 minori soli (91,5% dei minori sbarcati). Dopo un calo dovuto alla chiusura della rotta libica nel 2017, gli arrivi sono tornati a crescere dal 2020, con 18.820 Msna nel 2023 e 8.043 nel 2024. Un incremento eccezionale nel 2022 è stato causato dalla guerra in Ucraina, con alcune migliaia di Msna arrivati in Italia, tra cui molte femmine (1.657 alla fine del 2023).

Dal 2014 al 2024, almeno 1.331 Msna hanno perso la vita durante la traversata del Mediterraneo, come riferito dal progetto “Missing Migrants” dell’IOM. Due costanti caratterizzano il fenomeno: la netta prevalenza maschile (sempre oltre il 90% fino al 2021) e l’età avanzata (in media 17 anni), che rende difficile l’inserimento una volta raggiunta la maggiore età.

A fine 2024, i principali Paesi di provenienza dei Msna accolti in Italia sono, nell’ordine, Egitto, Ucraina, Gambia, Tunisia, Guinea, Costa d’Avorio e Albania, che coprono oltre i tre quarti delle presenze (76,5%).

Nonostante la Legge Zampa del 2017 abbia introdotto tutele specifiche, il sistema di protezione e accoglienza dei Msna resta frammentato e insufficiente. I permessi di soggiorno rilasciati sono aumentati da 8.139 nel 2014 a 15.616 nel 2023, ma l’accesso alla protezione internazionale per i Msna rimane limitato. Nel 2023, solo il 10% dei Msna ha presentato domanda di asilo, pari a 2.205 minori, ostacolato dalla scarsa informazione e dall’inadeguato supporto legale.

La maggior parte dei Msna ottiene un permesso di soggiorno per minore età, ma la conversione al compimento della maggiore età è legata principalmente ai percorsi di integrazione, riguardando una piccola parte dei neomaggiorenni. Nel 2023, solo 1.500 permessi sono stati convertiti, mentre il resto dei neomaggiorenni si trova in una condizione di irregolarità.

Nel 2023, 23.226 minori sono stati accolti nei centri, ma la disponibilità di posti nel Sistema di accoglienza e integrazione (SAI) è notevolmente inferiore alla domanda, con solo 6.027 posti disponibili. Circa un terzo dei Msna abbandona le strutture per cercare altri Paesi europei, con il rischio di cadere in reti di sfruttamento.

Il Decreto-legge 133/2023 ha autorizzato l’accoglienza temporanea dei Msna over-16 anni nei centri di accoglienza straordinari per adulti, nonostante le convenzioni internazionali lo vietino. Inoltre, la carenza di strutture adeguate ha portato a trattenimenti prolungati in hotspot e centri di accoglienza. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per i trattamenti degradanti subiti dai Msna nell’hotspot di Taranto nell’estate 2017 (sentenza 47287/17 A.T. ed altri c. Italia).

A queste criticità si aggiungono discriminazioni e stereotipi che contribuiscono a costruire muri invisibili ma invalicabili. In un’Italia che si racconta come “porto sicuro” per i minori, questi giovani vivono sospesi tra la promessa di tutela e l’abbandono di fatto.

La tutela dei minori, soprattutto quelli più vulnerabili, non può essere lasciata al caso. È necessario un sistema di accoglienza e protezione che garantisca diritti, dignità e opportunità di integrazione per tutti i minori migranti. Le istituzioni, la società civile e la comunità internazionale devono agire in modo coordinato e sollecito per garantire un futuro migliore a questi giovani, che meritano un’accoglienza che rispetti pienamente i loro diritti.

 

Le sfide dell’integrazione scolastica: un percorso ancora incompiuto

La crescente stabilizzazione delle famiglie migranti in Italia porta con sé nuove sfide per l’integrazione scolastica, evidenziando la necessità di politiche più efficaci per la gestione della diversità nelle aule. Nonostante l’accesso all’istruzione sia un diritto garantito dalla Costituzione (art. 34) e dalle convenzioni internazionali, persistono ostacoli linguistici e una sensibilità interculturale ancora insufficiente in molte scuole, limitando il pieno inserimento degli studenti stranieri.

Nell’anno scolastico 2022/2023, gli studenti stranieri nelle scuole italiane erano 914.860, pari all’11,2% del totale. Sebbene il numero complessivo di studenti sia diminuito dell’8,8% negli ultimi dieci anni, gli studenti stranieri sono aumentati del 16,3%, con un incremento del 61,2% tra quelli nati in Italia. Questi dati confermano l’importanza di un approccio educativo inclusivo, capace di rispondere alle esigenze di una popolazione scolastica sempre più diversificata.

L’educazione interculturale rappresenta un pilastro delle politiche scolastiche volte a contrastare stereotipi e discriminazioni. Tuttavia, l’approccio italiano alla scuola interculturale rimane frammentario e poco integrato nei curricoli scolastici. La valorizzazione delle lingue d’origine è marginale, mentre il sistema scolastico privilegia esclusivamente l’italiano, creando difficoltà per gli studenti stranieri e contribuendo ai ritardi scolastici.

Gli studenti migranti, in particolare quelli arrivati dopo i nove anni, affrontano notevoli ostacoli, aggravati dalla scarsa distinzione tra competenze linguistiche di base (BICS) e abilità linguistiche necessarie per lo studio (CALP). Inoltre, i minori stranieri non accompagnati (Msna), nonostante la tutela della “Legge Zampa” (47/2017), incontrano difficoltà nell’accesso alla formazione professionale e nel riconoscimento dei titoli di studio, limitando così le loro opportunità educative.

La dispersione scolastica resta una criticità significativa per il sistema educativo italiano. Nel 2023, il tasso di abbandono scolastico era del 10,5%, superiore alla media UE del 9,5%, con forti disparità territoriali e legate al livello di istruzione delle famiglie. Ancora più preoccupante è il dato relativo agli studenti stranieri: nel 2023, il 26,8% dei giovani stranieri tra i 18 e i 24 anni ha lasciato la scuola senza diploma, contro il 9,0% degli italiani.

Accanto alla dispersione esplicita, la dispersione implicita – che riguarda gli studenti che, pur diplomandosi, non acquisiscono le competenze necessarie per il mondo del lavoro – ha raggiunto il 12,9% nel 2024. Tra gli studenti stranieri, inoltre, si registra un basso tasso di accesso all’università: solo il 38,5% dei diplomati stranieri dell’a.s. 2021/2022 ha proseguito gli studi, rispetto al 52,1% della media nazionale.

Un caso particolarmente critico è quello dei minori rom, tra i quali il tasso di completamento dell’istruzione secondaria superiore è solo del 26%, contro l’83% della popolazione generale. L’accesso limitato all’istruzione per i bambini rom riflette una lunga storia di discriminazione e politiche pubbliche inefficaci nel promuovere la loro integrazione scolastica.

Di fronte a queste sfide, è essenziale rafforzare il coordinamento tra istituzioni, scuole e società civile per garantire un’educazione inclusiva e di qualità per tutti gli studenti. Investire nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, valorizzare le competenze plurilingui e promuovere percorsi personalizzati per gli studenti stranieri sono azioni fondamentali per ridurre la dispersione scolastica e migliorare le opportunità educative. Solo attraverso un impegno concreto sarà possibile costruire una scuola realmente interculturale, capace di favorire la coesione sociale e il successo formativo di tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro origine.

 


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