Con i rapporti USA-Europa ai minimi storici, l’Unione Europea ha un motivo in più per non rimanere ai margini del sistema globale della comunicazione digitale. Tra la minaccia russa della Dezinformatsiya e il dominio delle big tech americane, Bruxelles ha finora risposto con un arsenale normativo d’eccellenza: dall’EMFA, che difende la libertà e il pluralismo dell’informazione, all’AI Act per la sicurezza e l’affidabilità dei sistemi di Intelligenza Artificiale, al GDPR che assicura la protezione dei dati personali. Certo, l’UE ha scritto le regole del gioco e nominato gli arbitri, ma ha dimenticato le squadre e i giocatori; vale a dire le infrastrutture tecnologiche, le imprese innovative e una solida rete di ricercatori. L’Europa che ha inventato il Web, da almeno un quarto di secolo naviga a vista oppure se ne sta sugli spalti ad osservare. Mentre si parla di riarmo militare, nessuno sembra preoccuparsi del disarmo digitale.
Che fare? Anzitutto liberarsi della rassegnazione e definire un piano d’azione chiaro, coerente e sistematico. In un contesto globale così competitivo, l’Europa deve concentrare le risorse esistenti, consorziare imprese pubbliche e private, investire in una ricerca coordinata; ma prima di tutto deve farsi riconoscere, affermare la propria identità e la mission che intende perseguire.
Internet Bene Comune: un marchio per l’UE
Un’idea concreta? Promuovere la nascita di un marchio distintivo della normativa europea nel mondo digitale – un simbolo paragonabile al marchio CE (Conformité Européenne), introdotto nel 1993 per attestare la rispondenza dei prodotti agli standard europei in materia di sicurezza e salute. Allo stesso modo, questo nuovo marchio potrebbe certificare la conformità ai Regolamenti europei di siti, piattaforme, servizi digitali e sistemi di AI, pubblici o privati, anche extraeuropei, che si riconoscano nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea
e garantiscano il rispetto degli utenti come cittadini e non come merci da vendere agli inserzionisti pubblicitari. Il marchio, denominato, ad esempio, “Internet Bene Comune” (Internet Common Good), rappresenterebbe non solo una garanzia per gli utenti, ma ancor più un’opportunità strategica per le imprese. Aderirvi significherebbe accreditarsi come soggetti affidabili, trasparenti e rispettosi delle regole europee, rafforzando la propria reputazione presso clienti, partner e istituzioni. Il marchio offrirebbe inoltre un segnale concreto di appartenenza a un ecosistema di cooperazione virtuosa tra aziende, investitori, università, centri di ricerca e media europei, fondato su principi condivisi di responsabilità digitale e fiducia reciproca.
Il Marchio ICG potrebbe essere un’autocertificazione del produttore che dichiara, sotto la propria responsabilità, che i contenuti e le finalità della sua attività sono conformi ai requisiti essenziali previsti dalle direttive e dai regolamenti europei. In alcuni casi specifici, la certificazione potrebbe richiedere il coinvolgimento di organismi terzi autorizzati ad attestarne la conformità.
Eu-Tube: una piattaforma di condivisione europea
Un primo progetto operativo sotto il marchio “Internet Bene Comune” potrebbe essere la creazione di una piattaforma continentale di condivisione video, alternativa a YouTube, in linea con le norme europee su trasparenza e tutela dei dati personali. Pensata per una fruizione commerciale basata soprattutto su abbonamenti di singoli utenti, scuole, università e associazioni culturali, questa piattaforma, che potrebbe chiamarsi Eu-Tube, avrebbe un valore culturale e strategico unico grazie all’enorme patrimonio audiovisivo custodito negli archivi dei servizi pubblici europei, coordinati dalla European Broadcasting Union. Fondata nel 1950 e con sede a Ginevra, l’EBU è la principale alleanza delle emittenti pubbliche europee, con 112 membri da 56 paesi e un totale di 113 organizzazioni. Promuove indipendenza editoriale, diversità culturale e innovazione tecnologica, raggiungendo oltre un miliardo di telespettatori e ascoltatori. Non è un’esagerazione affermare che i media di servizio pubblico rappresentano un tratto distintivo del welfare europeo.
A differenza della televisione americana, dominata da logiche di mercato e centrata sull’intrattenimento commerciale, gli archivi delle TV pubbliche europee costituiscono un autentico tesoro di conoscenza, memoria storica e approfondimento critico. Parliamo di decine di milioni di reportage, inchieste, documentari e programmi storici, scientifici, culturali e sportivi realizzati in oltre ottant’anni, cui si aggiungono ogni giorno nuovi contenuti disponibili su piattaforme nazionali del tipo RaiPlay.
Eu-Tube rappresenterebbe uno strumento essenziale per rafforzare l’identità culturale europea. Riunendo su un’unica piattaforma gli archivi delle televisioni pubbliche, offrirebbe un segnale concreto di memoria condivisa, valorizzando il patrimonio audiovisivo come espressione delle diverse identità nazionali dentro una narrazione comune europea. Questa vasta miniera di contenuti, se ben raccolta e indicizzata, potrebbe diventare un catalizzatore per la produzione e la condivisione di contenuti generati dagli utenti, che troverebbero in Eu-Tube un ambiente più trasparente, affidabile e rispettoso della privacy. Inoltre, l’elevata qualità editoriale e la garanzia del rispetto dei diritti d’autore potrebbero attrarre anche produttori e distributori di film, serie e documentari, spingendoli a scegliere Eu-Tube come canale preferenziale, in alternativa alle grandi piattaforme commerciali come Netflix.
Non si può escludere, infine, l’interesse – e in prospettiva l’adesione – delle principali emittenti commerciali europee e delle aziende editoriali on-line, soprattutto se il progetto Eu-Tube venisse strutturato come un consorzio pubblico-privato a guida pubblica. In un contesto regolato da criteri trasparenti, diritti certi e obiettivi comuni, anche i soggetti privati avrebbero tutto l’interesse a partecipare a una piattaforma che valorizza la produzione europea, rafforza la sovranità digitale del continente e offre un’alternativa credibile agli oligopoli globali. L’apertura a imprese editoriali e media commerciali consentirebbe di moltiplicare l’offerta e l’attrattività della piattaforma, senza snaturarne l’impianto pubblico, anzi rafforzandolo attraverso una rete cooperativa basata su standard comuni, interoperabilità e rispetto delle regole europee.
L’Intelligenza Artificiale europea
L’Europa deve colmare in fretta il ritardo accumulato nella ricerca e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, un settore che negli ultimi tre anni ha registrato una crescita vertiginosa, sorprendendo persino i suoi stessi protagonisti. Ma mentre l’innovazione accelera, le principali aziende del settore – da OpenAI a Microsoft, fino a Google – si trovano davanti a una sfida sempre più complessa: come addestrare i grandi modelli linguistici (LLM) con testi, immagini e video di alto valore informativo senza violare il diritto d’autore.
Oggi, gran parte dei contenuti editoriali online, attendibili e accreditati, è protetta da copyright, e i titolari dei diritti — editori, autori, case cinematografiche — non solo rivendicano con decisione la proprietà delle loro opere, ma sostengono con forza che l’uso non autorizzato da parte delle AI configuri una violazione. Emblematica, in questo senso, la causa intentata dal New York Times contro OpenAI, accusata di aver sfruttato centinaia di migliaia di articoli del quotidiano per addestrare ChatGPT. Al centro del dibattito c’è il principio del cosiddetto “fair use”: le aziende possono utilizzare contenuti protetti dal copyright per addestrare i propri modelli? Se il ricorso del NYT venisse accolto, si aprirebbe la strada a un nuovo scenario, in cui editori, autori, registi, produttori e attori potrebbero bloccare l’uso dei propri materiali, salvo il riconoscimento di adeguate royalties.
Anche su questo fronte, le aziende europee impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbero godere di un vantaggio competitivo formidabile rispetto ai colossi americani e cinesi. A differenza dei concorrenti internazionali, infatti, potrebbero accedere – a condizioni agevolate e nel rispetto delle normative europee – a un patrimonio culturale e documentario senza eguali: da un lato, l’immenso archivio audiovisivo delle televisioni pubbliche europee, con decine di milioni di ore di contenuti storici, scientifici, culturali e informativi; dall’altro, le sterminate raccolte di libri, manoscritti e documenti custoditi nelle biblioteche nazionali dei diversi paesi e in una fitta rete di biblioteche storiche diffuse in centinaia di città e piccoli centri del continente. Una ricchezza unica al mondo, capace di alimentare modelli di IA più accurati, trasparenti e culturalmente sensibili, profondamente radicati nel patrimonio europeo.
Un consorzio europeo
È giunto il momento che la Commissione Europea assuma un’iniziativa politica chiara e coraggiosa, promuovendo la nascita di un consorzio pubblico-privato a regìa pubblica, in grado di fare da volano a un ecosistema digitale europeo coordinato e competitivo. Un’infrastruttura che metta in rete imprese, servizi, centri di ricerca, piattaforme e attività culturali, capace di stare al passo con i giganti americani e cinesi non imitandoli, ma valorizzando ciò che rende unica l’Europa: un patrimonio culturale senza pari, un solido impianto di diritti democratici, regole condivise e storici servizi pubblici radiotelevisivi. È su queste basi che può nascere una vera alternativa, autonoma, moderna e rispettosa dei cittadini, in grado di rafforzare la sovranità digitale europea e offrire nuovi strumenti di crescita, innovazione e coesione sociale.
Articolo 21 mette a disposizione queste riflessioni come base di una relazione introduttiva in vista di un convegno da promuovere, tra gli altri, insieme all’EBU e ai parlamentari europei competenti sulle normative dell’Unione in materia di libertà, democrazia e pluralismo nei media.