In risposta al mio scorso articolo, molti di voi (vabbè…si fa per dire, da qualche parte bisogna pure iniziare, no?) mi hanno scritto di essersi ritrovati in quelle parole, di averle sentite proprie, di essersi sentiti visti. Tralasciando per un secondo l’amarezza che questo comporta, data la tematica non propriamente allegra, mi è sembrato interessante porre l’attenzione su quanto spesso si cerchi un senso di connessione con l’altro, quasi a volersi sentire legittimati nel provare ciò che si sta provando, come se questo acquisisse valore solo ed esclusivamente nel momento in cui anche altri affogano nel mare in cui affoghiamo noi. Si cerca disperatamente di sentirsi accolti, di trovare il proprio posto, di non essere soli.
Non vorrei tirar fuori l’ennesimo sproloquio sulla pericolosità dei social e delle loro vetrine ma nemmeno posso evitare l’elefante nella stanza, per cui limitiamoci a considerare l’innegabilità del fatto che una società basata sull’apparenza, com’è la nostra, lasci poco spazio a questo tipo di dinamiche. Non capita spesso di svegliarsi la mattina, scattarsi una foto, trovarsi orribili e decidere di darla in pasto alla rete; è più facile nasconderla, modificarla, stravolgerla e continuare a sentirsi orribili in silenzio. Eppure, questo non zittisce la voce, non zittisce il bisogno di sentirsi orribili insieme, lo relega solo in un angolo da cui non può fuggire. Avete presente il detto: la casa nasconde ma non ruba? Ecco, è più o meno la stessa cosa, possiamo celarlo tra le mura ma se non lo lasciamo sfogare non ce lo porterà via nessuno.
Ed è proprio qui che entrano in gioco i libri. Gli antichi greci consideravano le biblioteche “luoghi di cura per l’anima” (lo so…chiedo venia ma proprio come ogni ex alunna del classico che si rispetti sono socialmente obbligata a far presente che mi sono diplomata lì, anche e soprattutto quando non è necessario) e non è difficile immaginare il perché. In un mondo dove si fa a gara al traguardo più alto e in cui mostrare le proprie debolezze non significa essere umani ma perdenti, dov’è che ci si può rifugiare? Dov’è che ci si può ritrovare senza annegare nei giudizi? Dov’è che si può colmare quel senso di connessione all’altro se non nelle pagine di un libro?
Perdersi in una storia permette di trovare conforto a una alienazione di cui si è preda per natura; permette di riconoscersi in errori, dolori, sconfitte e vittorie di personaggi che a volte non ci somigliano affatto e che pure ci fanno sentire a casa; permette di dare voce a ferite che ci vergogniamo di avere, senza sapere che spesso la cura è proprio nel fatto di vederle scritte.
C’è una sorta di magia nell’accorgersi di non essere soli proprio nel momento in cui ci si ritrova ad esserlo, in cui non si è circondati che da parole senza suono. Si hanno le labbra serrate eppure ci sembra di non aver mai gridato tanto forte.
Forse è per questo che non posso fare a meno di scrivere, forse mi sono sentita viva solo nel momento in cui qualcuno ha scritto prima di me, forse leggere è l’unica terapia che conosco.
Comunque, anche lo psicologo è una scelta niente male. Così, per dire…
Se anche voi avete un libro da cui non potete fare a meno di tornare, un personaggio che credete esservi stato costruito addosso o una poesia che vi ha messo radici nella pelle, potete scrivermelo alla mail: la.posta.inquieta.direbecca@gmail.com e nei prossimi articoli, magari, ne parliamo insieme.