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«Barbenheimer», quando il cinema mette il dito nella piaga

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«Barbenheimer», oltre il marketing c’è di più. Il successo nei botteghini orbe-terraquei (o quasi, perché «Barbie» è stato vietato in alcuni Paesi, come Algeria, Kuwait…) dei film di Cristopher Nolan e Greta Gerwig non si spiega (solo) con il  “battage” pubblicitario, sferrato sui social a colpi di “meme” fin dall’inizio dell’anno. Né con la pura passione cinefila. La via della Settima arte è lastricata di pellicole costose e “pompate” di cui tuttavia oggi nessuno ricorda neppure titolo.
La verità è che con «Oppenheimer» e «Barbie», il cinema ha messo il dito nella piaga, ha “reificato” sul grande schermo – cioè ha reso cosa, reso “res” – sentimenti intangibili ma ben vivi negli spettatori, nelle spettatrici: l’ansia, la paura, il disagio verso due situazioni precise dei tempi che viviamo. E sono la guerra e la questione femminile.
Le due pellicole, ciascuna a modo proprio, una di un regista uomo, l’altra di una regista donna, colgono un aspetto “reale” del mondo di oggi: la minaccia che ancora rappresenta per l’umanità la bomba atomica in un’epoca in cui i confitti sono tutt’altro che sedati (l’Ucraina è il fronte più vicino) in «Oppenheimer» e  la lotta delle donne contro la “supremazia” maschile in «Barbie».
Ecco, l’attrazione che esercitano sul pubblico questi due film deriva proprio dal fatto che mettono davanti allo specchio (allo schermo) due problemi urgenti, condivisi. Non a caso,  entrambi i film  fanno fortemente leva sulla fisicità degli attori: gli occhi sporgenti dalla magrezza di Cillian Murphy (lo scienziato Robert J. Oppenheimer) e la «plasticosità» perfetta  di Margot Robbie  (la bambola Barbie) da cui lo spettatore non riesce a distogliete lo sguardo.
Negli occhi di Cillian Murphy si legge il  senso di colpa dell’inventore della bomba atomica, l’inquietudine sul senso (il dovere?) del limite umano: <usque tandem?>, fino a che punto? … Nel sorriso plasticamente smarrito della bellissima Margot Robbie si legge la desolata impotenza delle donne per le quali, come ripeteva Michela Murgia, «a volte essere più brava non basta» e che i racconti dell’orrore delle cronache dell’oggi ci consegnano vittime di indicibili abusi in età nelle quali dovrebbero, appunto, solamente giocare con le Barbie.
Il cinema e l’arte, quando sono fatti con talento, svelano per noi i timori che noi stessi non riusciamo a confessare.

Noi tutti, uomini e donne, tuttavia abbiamo il dovere di sentirci «condannati alla speranza», fino all’ultimo giorno. Ma la politica deve fare la sua parte. Oggi più che mai: il messaggio che esce dal botteghino è più forte del messaggio che esce dalle urne, sempre più deserte.

Fonte Gazzetta di Parma


Mara Pedrabissi, vice caposervizio Cultura e Spettacoli Gazzetta di Parma e  presidente Cpo Fnsi


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