80 anni dalla Liberazione, verso il 25 aprile 2025

Sicilia italia

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La Sicilia è ritornata al suo posto, dove è sempre stata, laggiù, in fondo, a destra. La Sicilia è l’isola dello splendore e della decadenza, dello spreco di bellezza, soldi e raffinate intelligenze, dell’accoglienza e della mafia, dell’eterno disincanto, ma non è l’Italia. E’ l’isola che nel 2001 regalò al centrodestra 61 seggi su 61, che poi si è invaghita di un personaggio come Crocetta, ma delusa come sempre, è ritornata al suo posto, in fondo a destra. Eppure, anche se la Sicilia non è l’Italia, i suoi segnali andrebbero ascoltati con attenzione.

La Sicilia ci ha detto che una legge elettorale, che rassomiglia solo un po’ al Rosatellum, può dare la vittoria a chi arriva primo, che le coalizioni convengono e che la politica –a quanto pare- non può fare a meno degli “impresentabili”, che comprano a modico prezzo migliaia di preferenze. Ma la politica del “continente”, come una volta i siciliani chiamavano il resto dell’Italia, sembra poco disposta ad ascoltare quello che suggerisce la sua antica saggezza. Il Pd è quasi contento di aver perso, perché tanto lo aveva previsto; la sinistra è contenta di aver perso perché il 5% basta ad avere un paio di poltrone nella “ricca” Assemblea siciliana; il M5S è contento di aver perso, pur essendo il primo partito, perché non dovrà governare un’isola così “difficile”. L’unico a festeggiare è il centro destra, perché ha vinto davvero, anche se sta già perdendo qualche pezzo. E adesso? Tutto rimarrà come è, senza la fatica di fingere “che tutto cambi”.

Il centrosinistra, salvo ripensamenti per evitare, come predica al vento Pisapia, un’altra Sicilia, continuerà a farsi del male; il M5S dice che vincerà le prossime elezioni politiche, ma sa che non è vero; il centrodestra sa che le vincerà anche se litiga sul futuro premier. Ma alla fine perderanno tutti, come prevede la nuova legge elettorale, un po’ masochista, chiamata Rosatellum. I siciliani hanno confermato che c’è poca voglia di andare a votare e a Ostia, dove ha votato solo un elettore su tre, è andato ancora peggio con i neofascisti di Casa Pound, che distribuiscono le borse della spesa a chi ne ha bisogno e sono sostenuti dalla criminalità a colpi di manganello contro i giornalisti, diventeranno l’ago della bilancia al prossimo ballottaggio tra centrodestra e M5S. Ma anche la sinistra può “divertirsi” a questo gioco. Senza un po’ di umiltà e di responsabilità, non sarà più maggioranza di governo e così potrà spostare i suoi voti minoritari su questa o su quella casella, per far vincere, come a Ostia, o Berlusconi e i “quasi fascisti” che gli stanno al fianco, o i “grillini” che riescono a galleggiare sulla loro impreparazione.

Poco importa se l’Italia, come avvisa il buon Gentiloni, rischia di sprecare le occasioni di una crescita appena iniziata, ma ormai è quello che passa il convento della politica italiana, poco generosa, senza programmi e tanti litigi, scissioni ed antipatie esistenziali. Un vincitore, comunque, c’è già ed è Silvio Berlusconi. Ha resistito a tutto, alla condanna definitiva per evasione fiscale, ai processi per corruzione, alle cene eleganti, all’espulsione con vergogna dal Senato che lo rende formalmente un “impresentabile”. I mass media di sua proprietà hanno ricominciato a macinare interviste compiacenti e tutti, ma proprio tutti, si sono dimenticati del “conflitto d’interessi”, che dovrebbe essere un macigno e invece è benzina nel suo motore comunicativo, nonostante l’imbarazzante legge sulla “par condicio”. Intanto il paese si sta abituando a migliaia di case occupate illegalmente, a periferie degradate ed arrabbiate, alla mostruosa corruzione ed evasione fiscale che dilagano mentre la politica annaspa e si affida agli “impresentabili”. E così, ammesso che un tempo ci siano stati davvero Gattopardi e Leoni, quelli che li stanno sostituendo sono “sciacalletti” e “iene”, e tutti quanti, Gattopardi, sciacalli e pecore continueranno a credersi “il sale della terra”, mentre noi diventeremo, nell’eterno disincanto, tutti un po’ siciliani.


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